"In Italia manca il talento": una retorica diventata nauseante. E soprattutto falsa
Il percorso dell’Italia al Mondiale Under 17 è stato definito da molti “storico”. E questa volta il termine non è un’esagerazione giornalistica: mai la nostra Nazionale era arrivata così lontano in questa competizione e, solo in rare occasioni, aveva mostrato con tale continuità un calcio così propositivo, moderno, così ricco di personalità e qualità.
Nella Top 11 del Mondiale Under 17 pubblicata venerdì (CLICCA QUI per rivedere la formazione completa) hanno trovato spazio due azzurri, Reggiani e Inacio. Ma ci sono altri giocatori che hanno brillato in questa manifestazione. Partiamo da Steffanoni, il centrocampista totale che l’Atalanta coccola da anni; ha giocato lasciando in campo ogni briciolo di energia, incarnando alla perfezione il prototipo del moderno box-to-box europeo. Luongo ha incantato ancora per visione, qualità e una raffinatezza tecnica difficile da ritrovare in questa categoria; Campaniello ha segnato quando contava davvero e Longoni, inutile girarci attorno, è sul podio dei migliori portieri dell’intera competizione. E allora diciamolo, una volta per tutte: in Italia il talento non è affatto estinto. È la considerazione del talento che è stata sepolta da anni di luoghi comuni.
Già, i luoghi comuni. Quelli che sono tornati prepotentemente in queste settimane, dopo l’ennesima notizia (che ormai non sconvolge più nessuno) che la Nazionale maggiore dovrà passare dai playoff per provare a tornare a un Mondiale che non vede dal 2014. È bastata questa "aritmetica" certezza per risentire la solita, stantia retorica: “non si gioca più per strada”, “i ragazzi preferiscono la PlayStation”, “nelle altre Nazioni crescono i campioni, da noi è finito tutto negli anni 2000”. Parole vuote, che rimbalzano come palloni sgonfi da un dibattito che, ormai da anni, preferisce autoflagellarsi invece che guardare i dati. Perché la verità è un’altra. E chi segue il calcio giovanile con l’attenzione con cui lo segue La Giovane Italia lo sa bene: il talento in Italia c’è... eccome. Semplicemente, si ha paura a coltivarlo. Paura a farlo crescere. Paura a valorizzarlo.
Ogni weekend assistiamo, con i nostri inviati in campo, a un numero indecifrabile di partite dall’Under 15 fino alle Primavere 2, 3 e 4. E vediamo con i nostri occhi quanti giocatori di prospettiva stiano crescendo nel nostro Paese. E se non vi fidate delle nostre valutazioni, date uno sguardo agli ultimi risultati delle Nazionali giovanili: l’Under 15 e l’Under 16 l’anno scorso hanno vinto i propri Tornei di Sviluppo UEFA, con l’Under 15 capace di fare addirittura “doblete” aggiungendo il Torneo delle Nazioni. L’Under 17 ha vinto l’Europeo nel 2024, perso ai rigori la semifinale del 2025 e ora ha centrato una semifinale mondiale mai raggiunta prima.
Possiamo davvero pensare che sia tutto un caso? Davvero crediamo che per miracolo fino ai 17 anni l’Italia sia competitiva e piena di talento e poi, improvvisamente, il deserto? La risposta è davanti agli occhi di chiunque abbia voglia di guardare. Il talento c'è: è il sistema che lo disperde.
Dai 17-18 anni in su, inizia il blackout. Primavere che trattengono i ragazzi fino a vent’anni come parcheggi sotterranei, club che preferiscono il trentesimo prestito all’ennesima stagione da non protagonisti, allenatori (supportati dalla società) che pongono il risultato come principale obiettivo fino a dirigenti e direttori che si fidano più del nome straniero (preso chissà dove...) rispetto a ciò che hanno costruito in casa. Pare quasi surreale dirlo, ma il giovane italiano per emergere deve sperare esclusivamente… nella fortuna. Nella fortuna di trovare il club giusto, l’allenatore giusto, il direttore giusto che creda in lui. Una lotteria che paradossalmente può premiare chi ha meno prospettiva ma una strada più semplice, e condanna chi aveva potenziale vero ma è stato gestito male, consigliato peggio, oppure non ha trovato nessuno disposto ad aspettarne gli errori.
Poi ci sarebbero da analizzare altri capitoli immensi: uno su tutti, la nostra ossessione per la tattica fin dalle scuole calcio, a discapito del dribbling, della creatività, della libertà. Ma quello lo affronteremo, più avanti, in un altro editoriale. Ciò che conta ora è smontare la retorica che ci accompagna da un decennio: perché questa narrazione del “talento che manca” è diventata nauseante. Ed è soprattutto falsa.
Il talento in Italia non è scomparso. È semplicemente imprigionato. E continua a sbattere contro un sistema che non sa cosa farsene. Il Mondiale Under 17 ce lo ha ricordato una volta di più: materiale ce n’è eccome. Le nuove generazioni ci sono, spingono, chiedono strada. Ma nessuna generazione può salvarsi da sola se trova un Paese incapace di proteggerla e di crederci.
Perché anche la tela più preziosa, se affidata a un pittore che non sa usare il colore, finirà sempre per sembrare un quadro senza valore.
